Friday, April 10, 2009

UGO FOSCOLO (1778-1827)




DEI SEPOLCRI


A
IPPOLITO PINDEMONTE


DEORUM MANIUM IURA SANCTA SUNTO.
XII TAB.


All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
nè da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perchè pria del tempo a sè il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto,
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.


Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.


Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; nè agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.


A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma
dèsti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
nè senno astuto nè favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
chè alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.


E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de' Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.



________________

NOTE


Ho desunto questo modo di poesia da' Greci i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche, presentandole non al sillogismo de' lettori, ma alla fantasia ed al cuore. Lasciando agl'intendenti di giudicare sulla ragione poetica e morale di questo tentativo, scriverò le seguenti note onde rischiarare le allusioni alle cose contemporanee, ed indicare da quali fonti ho ricavato le tradizioni antiche.

Vers. 8.

il verso
e la mesta armonia che lo governa,

Epistole, e poesie campestri d'Ippolito Pindemonte.

Vers. 44.

fra 'l compianto de' templi acherontei,

« Nam jam saepe homines patriam carosque parenteis
prodiderunt vitare, Acherusia Templa petentes ». (1)
E chiamavano templa anche i cieli. (2)

Vers. 57.


i canti
che il lombardo pungean Surdanapalo,

Il Giorno di Giuseppe Parini.

Vers. 64.

fra queste piante ov'io siedo

Il boschetto de' tigli nel subborgo orientale di Milano.

Vers. 70.

fra plebei tumuli

Cimiteri suburbani a Milano.

Vers. 97.

Testimonianza a' fasti eran le tombe,

Se gli Achei avessero innalzato un sepolcro ad Ulisse, oh quanta gloria ne sarebbe ridondata al suo figliuolo! (3)

Vers. 98.


are a' figli;

« Ergo instauramus Polydoro funus, et ingens
aggeritur tumulo tellus; stant manibus Arae
coeruleis moestae vittis atraque cupresso ». (4)

Uso disceso sino a' tempi tardi di Roma, come appare da molte iscrizioni funebri.

Vers. 98.

uscian quindi i responsi
de' domestici Lari,

« Manes animae dicuntur melioris meriti quae in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvae; contra si faventes essent, Lares familiares ». (5)

Vers. 117.

prezïosi
vasi accogliean le lacrime votive, e seg.

I vasi lacrimatorii, le lampade sepolcrali, e i riti funebri degli antichi.

Vers. 125.

amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla;

« Nunc non e manibus illis,
nunc non e tumulo fortunataque favilla
nascentur violae? ». (6)

Vers. 126.

e chi sedea
a libar latte

Era rito de' supplicanti e de' dolenti di sedere presso l'are e i sepolcri.

« Illius ad tumulum fugiam supplexque sedebo,
et mea cum muto fata querar cinere ». (7)

Vers. 128.

una fragranza intorno
sentìa qual d'aura de' beati Elisi.

« Memoria Josiae in compositione unguentorum facta pus pigmentarii ». (8)

E in un'urna sepolcrale

ΕΝ ΜΥΡΟΙΣ
ΣΟ ΤΕΚNON
H ΨΥΧH

«Negli unguenti, o figliuol, l'anima tua ». (9)

Vers. 131.

alle britanne
vergini

Vi sono de' grossi borghi e delle piccole città in Inghilterra, dove precisamente i campi santi offrono il solo passeggio pubblico alla popolazione; vi sono sparsi molti ornamenti e molta delizia campestre. (10)

Vers. 134.

al prode
che tronca fe' la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.

L'ammiraglio Nelson prese in Egitto a' francesi l'Oriente vascello di primo ordine, gli tagliò l'albero maestro, e del troncone si fabbricò la bara, e la portava sempre con sé.

Vers. 154.

il monumento vidi ove posa il corpo di quel grande, e seg.

Mausolei di Niccolò Macchiavelli; di Michelangelo, architetto del Vaticano; di Galileo precursore del Newton, e d'altri grandi nella chiesa di S. Croce in Firenze.

Vers. 173.

e tu prima, Firenze, udivi il carme che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,

È parere di molti storici che la Divina Commedia fosse stata incominciata prima dell'esilio di Dante.

Vers. 175.

i cari parenti e l'idïoma
desti a quel dolce di Calliope labbro

Il Petrarca nacque nell'esilio di genitori fiorentini.

Vers. 179.

Venere Celeste.

Gli antichi distingueano due Veneri: una terrestre e sensuale, l'altra celeste e spirituale; (11) ed aveano riti e sacerdoti diversi.

Vers. 190.


Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è più deserto . . . . .

Così io scrittore vidi Vittorio Alfieri negli ultimi anni della sua vita. Giace in Santa Croce.

Vers. 200.


ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

Nel campo di Maratona è la sepoltura degli Ateniesi morti nella battaglia: e tutte le notti vi s'intende un nitrir di cavalli, e veggonsi fantasmi di combattenti. (12)

Nel campo di Maratona veggonsi sparsi assai tronchi di colonne e reliquie di marmi, e cumuli di pietre, e un tumulo, fra gli altri, simile a quelli della Troade. (13) — L'isola d'Eubca siede rimpetto alla spiaggia ove sbarcò Dario.

Vers. 212.

delle Parche il canto.

« Veridicos Parcate cocperunt edere cantus ». (14)

Le Parche cantando vaticinavano le sorti degli uomini nascenti e de' morenti.

Vers. 217.

dell'Ellesponto
i liti,

Gli Achei innalzino a' loro eroi il sepolcro presso l'ampio Ellesponto, onde posteri navigatori dicano: Questo è il monumento d'un prode anticamente morto. (15) E noi dell'esercito sacro de' Danai ponemmo, o Achille, le tue reliquie con quelle del tuo Patroclo, edificandoti un grande ed inclito monumento ove il lito è più eccelso nell'ampio Ellesponto, acciocché dal lontano mare si manifesti agli uomini che vivono e che vivranno in futuro. (16)

Vers. 219.

alle prode rotèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Aiace:

Lo scudo d'Achille innaffiato del sangue di Ettore fu con iniqua sentenza aggiudicato al Laerziade; ma il mare lo rapì al naufrago facendolo nuotare non ad Itaca, ma alla tomba d'Aiace; e manifestando il perfido giudizio de' Danai, restituì a Salamina la dovuta vittoria. (17) Ho udito che questa fama delle armi portate dal mare sul sepolcro del Telamonio prevaleva presso gli Eolii che posteriormente abitarono Ilio. (18) — Il promontorio Reteo che sporge sul Bosforo Tracio è celebre presso tutti gli antichi per la tomba d'Aiace.

Vers. 236.

eterno.... un loco

I recenti viaggiatori alla Troade scopersero le reliquie del sepolcro d'Ilo antico Dardanide. (19)

Vers. 238.

la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove dié Dàrdano figlio

Tra le molte origini de' Dardanidi, trovo in duc scrittori greci (20) che da Giove e da Elettri figlia d'Atlante nacque Dardano. Genealogia accolta da Virgilio e da Ovidio. (21)

Vers. 255.


l'iliache donne
sciogliean le chiome,

Uso di quelle genti nell'esequie e nelle inferie.

« Stant Manibus aras.
Et circum Iliades criuem de more solutae ». (22)

Vers. 258.


Cassandra

« Fatis aperit Cassandra futuris
ora, Dei jussu, non unquam credita Teucris ». (23)

Vers. 280.

mendico nun cieco...

Omero ci tramandò la memoria del sepolcro d'Ilo. (24) È celebre nel mondo la povertà e la cecità del sovrano poeta;

« Quel sommo
d'occhi cieco, e divin raggio di mente,
che per la Grecia mendicò cantando:
solo d'Ascra venian le fide amiche
esulando con esso, e la mal certa
con le destre vocali orma reggendo;
cui poi tolto alla terra, Argo ad Atene,
e Rodi a Smirna cittadin contende,
e patria ei non conosce altra che il cielo ». (25)

Poesia di un giovane ingegno nato alle lettere e caldo d'amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico.

Vers. 285.

Ilio raso due volte

Da Ercole, (26) e dalle Amazoni. (27)

Vers. 288.

ai fatati Pelidi.

Achille, e Pirro ultimo distruttore di Troia.


________________

(1) Lucrezio, lib. III, 85.

(2) Terenzio, Eunuco, att. III, sc. 5; ed Ennio presso Varrone, de L. L., lib. VI.

(3) Odissea, lib. XIV, 369.

(4) Virg., Eneid., lib. III, 62; ibid. 305; lib. VI, 177, Ara Sepulcri.

(5) Apuleio, de Deo Socratis.

(6) Persio, sat. I, 38.

(7) Tibullo, lib. II, eleg. VIII.

(8) Ecclesiastic., cap. XLIX, I.

(9) Iscrizioni antiche illustrate dall'ab. Gaetano Marini, pag. 184.

(10) Ercole Silva, Arte de' giardini inglesi, pag. 327.

(11) Platone, nel Convito: e Teocrito, epigram. XIII.

(12) Pausania, Viaggio nell'Attica, c. XXXII.

(13) Voyage dans l'Empire Ottoman, l'Egypte et la Perse, par G. A. Olivier, tom. VI, c. 13.

(14) Catullo, Nozze di Tetide, vers. 306.

(15) Iliade, lib. VII, 86.

(16) Odissea, lib. XXIV, 76 c i versi seguenti.

(17) Analecta veterum Poetarum, editore Brunck, vol. III, epigram. anonimo CCCXC.

(18) Pausania, Viaggio nell'Attica, cap. XXXV.

(19) Le-Chevalier, Voyage dans la Troade, seconda ediz. — Notizie d'un viaggio a Costantinopoli dell'ambasciatore inglese Liston, di Mr. Hawkins e del Dr. Dallaway.

(20) Lo scoliaste antico di Licofrone, al v. 19. — Apollodoro, Biblioth., lib. III, cap. XII.

(21) Eneide, lib. VIII, 134. - Fasti, lib. IV, 31.

(22) Virgilio, Eneide, lib. III, 65.

(23) Virgilio, Eneide, lib. II, 2-16.

(24) Iliade, lib. XI, 166.

(25) Versi d'Alessandro Manzoni in morte di Carlo Imbonati.

(26) Pindaro, Istmica V, epod. 2.

(27) Iliade, lib. III, 189.

Friday, March 20, 2009

ΟΔΥΣΣΕΑΣ ΕΛΥΤΗΣ



ΟΔΥΣΣΕΑΣ ΕΛΥΤΗΣ

ΟΙ ΚΛΕΨΥΔΡΕΣ ΤΟΥ ΑΓΝΩΣΤΟΥ


              Les temps est si clair que
              je tremble qu'il ne finisse...
                     ANDRE BRETON

                Στον Ανδρέα Εμπειρίκο


α΄

Θυμώνει ο ήλιος, ο ίσκιος του αλυσοδεμένος κυνηγάει τη
       θάλασσα
Ένα σπιτάκι, δυο σπιτάκια, η φούχτα που άνοιξε από τη δροσιά
       και μυρώνει τα πάντα
Φλόγες και φλόγες τριγυρνούν ξυπνώντας τις κλειστές πόρτες
       των γέλιων
Είναι καιρός να γνωριστούνε οι θάλασσες με τους κινδύνους
Τί θέλετε ρωτά η αχτίδα, και τί θέλετε ρωτά η ελπίδα
       κατεβάζοντας τ' άσπρο της ποκάμισο
Μα ο άνεμος στέρεψε τη ζέστη, δυο μάτια σκέπτονται
Και δεν ξέρουν που να καταλήξουν είναι τόσο πυκνό το μέλλον
       τους

Μια μέρα θά 'ρθει που ο φελλός θα μιμηθεί την άγκυρα και
       θα κλέψει τη γεύση του βυθού
Μια μέρα θά ‘ρθει που ο διπλός εαυτός τους θα ενωθεί
Πιο πάνω ή πιο κάτω από τις κορυφές που εράγισε
       το αποψινό τραγούδι
Του Εσπέρου, δεν έχει σημασία, η σημασία είναι άλλου

Ένα κορίτσι, δυο κορίτσια, γέρνουν στα γιασεμιά τους κι
       αφανίζονται
Μένει ένα ρυάκι να τα εξιστορήσει μα έσκυψαν
       να πιουν εκεί ακριβώς οι νύχτες
Μεγάλα περιστέρια και μεγάλα αισθήματα καλύπτουν τη σιγή
       τους
Φαίνεται πως το τέτοιο πάθος τους είναι ανεπανόρθωτο
Και κανείς δεν ξέρει αν έρθει ο πόνος να γδυθεί μαζί τους
Σπανίζουνε οι παγίδες, άστρα γνέφουνε στους εραστές τα μάγια
       τους
Όλα σκιρτούνε, συσπειρώνονται – ήρθε φαίνεται πια η
       αθανασία
Που ζητάνε τα χέρια σφίγγοντας τη μοίρα τους
       που άλλαξε σώμα κι έγινε άνεμος
Δυνατός – η αθανασία φαίνεται ήρθε.

β'

Υπερήφανα χόρτα, ο φίλος έχασε το φίλο του, όλα εκεί
       αναπαύονται
Μια σκληρή φωνή κατοίκησε σ' αυτή την πεδιάδα
Μια βουλιαγμένη σαύρα σύρθηκε στην επιφάνεια
Εσείς πού ήσαστε όταν κόπηκε ο λαιμός μιας τέτοιας
       μέρας
Πού ήσαστε, φύλλα με φύλλα, σιγοπερπατάει ο κόσμος
Σκάζουν τα φρούτα στο κατώφλι ενός λυγμού
Κανείς δεν αποκρίνεται

Ω μεθυσμένο μονοπάτι που έψαξες έψαξες την
       τρυφερότητα
Στα δάχτυλα του κόπου και σε τρόμαξαν οι αυγές
       που χάραζαν
Ριψοκινδυνεύοντας το φως τους τυλιγμένο δάσος
       κάτω απ' τη σιωπή.

Μήτε ριγμένα ζάρια δεν ξαμώνουν κατά τέτοιο τρόπο
       την έμπνευση
Μήτε στυμμένοι θόρυβοι δεν εξαντλούνε κατά τέτοιο
       τρόπο την πνοή
Πολύχρωμα φουγάρα πέμπουνε την άπιαστη μελαγχολία τους
Στις αψίδες που τρέμουν, τρέμουν τα πουλιά επιδίδονται
       στο μέτρημα των ονείρων τους
Ακούγεται η κωπηλασία στην τέφρα που άφησε σημάδια
       νεότητας
Και κανείς δεν ξέρει από που ανοίγει αυτό το στήθος
Και κανείς δεν ξέρει από πότε άρχισε να ζει
Στις σγουρές αγωνίες τους νιώθουνται οι φωνές
       αποκεφαλισμένες
Που τρυπούνε το έδαφος πύρινα κλαδιά μιας πολιτείας
       υδάτινης

Ω Γαλήνη που λύνεσαι, ρευστή παρουσία στις κόρες των ματιών
Στις άρπαγες του ύπνου στα μελίσσια των χωρών της θύμησης!

γ΄

Πιο μακριά πολύ μακριά το πράο τραπεζομάντιλο – η
       συνάντηση
Καλημέρα ποταμάκι μου, είμαι μονάχος, είμαστε
       κι οι δυο μονάχοι μας
Τα κρύσταλλα ευωδιάσανε, τώρα μας λείπει μόνο
       ένα καράβι
Ένα μαντίλι μόνο για να διαγνώσουμε το τέλος
Γιατί τόσους φακέλους έλαβα γεμάτους σύννεφα
       και θύελλες
Που διψώ ένα στόμα να μου πει: ουρανός, και να
       πλεύσουμε μαζί στο δέλτα των ελπίδων...

Έτσι θα βγούμε απ' το μυαλό μας, οι κισσοί μεγάλωσαν
       τους τοίχους του απογέματος
Με άμμο βαφτίστηκαν τα λόγια στις καρίνες βάφτηκαν
       κατράμι έτοιμα
Να σαλπάρουν αν τους πει ο Έρωτας – τα λόγια

Ω ποταμάκι ποταμάκι, καλημέρα του ήλιου απάνθισμα
       της εξοχής
Κατά πού θαυμάζεται ο άνεμος πες μου κατά πού ξεχύνονται
       οι κελαηδισμοί
Ποιά όχθη αρέσουν, σήμερα είμαι νέος
Είμαι καλός ως τις πηγές του γέλιου μου, εκτοξεύω
       χίμαιρες
Ριπίδια δυσανάγνωστα, τεφτέρια κάτασπρα καμωμένα
       γι' αγγέλους
Κι από κάθε αδιαφορία σέρνεται μια ξεσχισμένη ευχή
Που μαζεύω– σήμερα είμαι νέος, αυτό μου αρκεί
Αυτό μου δίνει το αίμα μου πιο κόκκινο, ένα χελιδόνι
       κόκκινο ένα γράψιμο κόκκινο
Θά ‘ρθουν πολλές γυναίκες να το μοιραστούν ώσπου να γίνουν
       διάφανες
Θά ‘ρθουν πολλές ματαιότητες για να τις μοιραστούνε
Η εύθυμη φασαρία μοιάζει ατέλειωτη, σπίθες αγγίζουν
       τα μετέωρα μέτωπα
Κι όλο το μυστικό αληθεύεται σιγά σιγά, γλυκά γλυκά
       γίνεται μέρα
Σώμα ζωντανό, ύπαρξη, άνθρωπος.

δ'

Ποιο μέταλλο να είν' αυτό που κρυώνει τα μάτια ποια
       χαμένη νεότητα
Που μαζεύει το έλεος λίγων στιγμών σε μια κλωστή
       ασυγκίνητη –ποια νά ’ναι
Δέντρα σώπασαν, πέτρες μοιάσανε στις πέτρες, καβαλάρηδες
       έφυγαν
Ψάχνουν τα μάνταλα μιας άλλης πύλης μα ποια να ’ναι αυτή
Σε ποιο καρδιόχτυπο άραγε να βρίσκεται, κλείνουν οι ελπίδες
τα παράθυρα, βραδιάζει ο πόνος
Ποιος είναι εδώ, κανείς δεν είναι –χώμα ηχολογάει το χώμα

Κι όμως πρέπει να βρει ένα νόμισμα η ζωή

Αφού δεν είναι ο ερωτάς, αφού δεν είναι ο ερωτάς
Ο έρωτας ποιος είναι – η ζωή μετριέται με σφυγμούς,
       η χαρά με απέλπιδες χειρονομίες
Μύλοι απάνω στις κορφές άσπρισαν τα ταξίδια τους
        της εσπέρας
Φεγγίζουν γοητείες στα μάκρη, μια βαρκούλα χάνεται
       ευχαριστημένη
Κανένα κύμα δεν κρατάει στο στήθος του κακία
Οι άνθρωποι μοιάζουν, παρομοιάζουνται με τις κραυγές
       των φάρων
Φεύγουνε για να παν αλλού και βγαίνουνε στη θάλασσα
Ποια θάλασσα νά ’ναι αυτή που δε θυμάται τις λευκές
       στιγμές της μα ξαναμασάει τα λόγια της
Λύπες που γίνανε σεντόνια και χτυπούν στον άνεμο
       για να στεγνώσουν, και ξαναχτυπούν
στον άνεμο για νά ‘ναι οι γλάροι
Δίπλα τους, στο πλευρό τους, ποιες να είν' αυτές
Ποιος κόπος ήμερος, ποια σπασμένη ενότητα,
       ποιος θρήνος

Ω χαρά τραυματισμένη, μιας στιγμής χωρητικότητα
       που κλονίζει αιώνες!

ε΄

Είναι κοντά η πτυχή του ανέμου που θροεί τον γαλάζιο της
       περιστερεώνα – η χυμώδης πτυχή
Που ζυγίζει στο χνούδι της ερεθισμένες αιώρες
Όταν τα γέλια μυτερά σπάνε τα τσόφλια της αυγής
       αγγέλνοντας το ηλιόβγαλμα
Κι όλο το πρόσωπο της γης λάμπει από μαργαρίτες
Όχι, δεν είναι σήμερα η στερνή μας λέξη, δεν τελειώνει
       ο κόσμος
Δε λιώνει σήμερα η ελπίδα μου, με χλωρά σπαρτά
       γεμίζει τις φωλιές των ήχων

Εύθυμα στόματα φίλησαν κορίτσια, στα κεράσια κρέμασαν
       την ηδονή
Δέντρα μεγάλα στάζουνε ήλιο είναι άκακα και σκέπτονται
       σαν ίσκιοι πού τρέχουνε
Για κάτι ωραίο –σήμερα είναι ωραίο το προβαλλόμενο δράμα
Δροσερό μεσημέρι αφησμένο σαν βάρκα που έπλευσε όλο πάθος
Στοιβαγμένη τραγούδια και σινιάλα που τρέμουν σαν
       βουνοκορφές
Μακριά μακριά είναι οι μαρμάρινες επαύλεις των γυμνών
       γυναικών
Η καθεμιά τους ήτανε άλλοτε σταγόνα
Η καθεμιά τους είναι τώρα φως
Περνούνε το φουστάνι τους όπως περνά η μουσική
       στους λόφους το στεφάνι της
Και ζούνε μες στον ύπνο τους κισσούς που ζώνουν
Μακριά μακριά είναι οι καπνοί των λουλουδιών οι οριζόντιες
       λίμνες των ναρκίσσων
Τιμονιέρηδες κεφάτοι οδηγούν εκεί τα σκάφη των γοητειών
Γερμένοι στο 'να τους πλευρό – τ' άλλο τους είναι θαλερός
       τόπος ευωχιών
Τόσες δα μέλισσες και τόσες δα κλεψύδρες ιστορούνε
       κι υφαίνουνε το ανθρώπινο είδος

Σ' ένα πελώριο διάστημα χύνεται το φως
Γεμίζει οράματα γλυπτά κι είδωλα φέγγους
Είναι τα μάτια πια που κυριαρχούν – η γη τους είναι
       απλή και κορυφαία
Καλοσύνης κοιτάσματα ένα ένα, σαν φλουριά κομμένα
       μες στον ήλιο
Μες στα χείλια, μες στα δόντια, ένα ένα τ' αμαρτήματα
Της ζωής, αγαθά ξεφλουδισμένα.

ς'

Νυχτερινό υφαντούργημα
Των κρίνων φλοίσβος που γυμνώνει τ' αυτιά και
       διασκορπίζεται
Νιώθω στους ώμους της ζωής το σκίρτημα που βιάζεται
       ν' αδράξει το έργο
Νιότη που θέλει άλλη μια ευκαιρία αιωνιότητας
Και στην εύνοια των ανέμων ρίχνει το κεφάλι της
       αδιαφορώντας

Υπάρχει ένα στήθος που χωράει τα πάντα, μουσική
       που κυριεύει στόμα που ανοίγει
Σ' άλλο στόμα – κόκκινο παιγνίδι κλαδεμένο απ' τον
       ίλιγγο
Ακόμα ένα φιλί και θα σου πω για ποιο σκοπό
       τις σιωπές μου μάτωσα έτσι
Ακόμα ένα χιλιόμετρο και θα σου δείξω γιατί βγήκα
       σ' ένα τέτοιο αγνάντεμα
Όπου παθαίνεται ο λυγμός ζητώντας άλλ' αστέρια
Ψάχνοντας με φθαρτές χειρονομίες την άμμο που άφησαν
ανασκαμμένη των ερώτων οι σπασμοί

Δόθηκαν τα φτερά στα δευτερόλεπτα
Φεύγει ο κόσμος, άλλος έρχεται, στην παλάμη του
       διαβάζει ρόδα και γιορτές
Φεύγει ο κόσμος, είμαι σ' ένα κύμα του, εμπιστεύομαι
       όλος στη φορά του
Μέτωπα φέγγουν, δάχτυλα ερευνούν τον ύπνο που
       πιστεύουνε
Μα ποια βουή, ποιο σπήλαιο είναι αυτό που καλεί
       την αγνότητα
Γλάρου στιγμή οριζόντια επάνω από τα πάθη, βάρκα
       ευτυχισμένη ορμητήριο αναπάντεχο
Θα βγω στις άσπρες πύλες του μεσημεριού χτυπώντας
       με λαλιές τα γαλανά αναστάσιμα
Κι όλα τα κρύα νησιά θ' ανάψουν τα μαλλιά τους για
       να σεργιανίσουν
Με αθώες φλόγες και με βότσαλα τα ερωτικά πελάγη
Θα μηνύσω στα γυμνά καλοκαίρια την πιο σίγουρη στιγμή
       της πλώρης
Που χαρούμενη σχίζει τις υγρές ελπίδες των απλών
       καλών ανθρώπων.

ζ΄

Στην άγνοια ξεκουράζεται ο ουρανός
Στην κουπαστή του ύπνου ο άνθρωπος
Τυχερός αιχμάλωτος μιας φλόγας που αθωώνεται
       γράφοντας τ' αρχικά της στο σκοτάδι
Απλωμένο σ' άλλον κόσμο των κλειστών βλεφάρων
       προνομιούχο

Πιο κοντά στην κλειδαριά
Μεγάλου μυστικού που ανύποπτο σαλεύει προς τη λύτρωση
Εφαρμόζει ο πόθος τις εικόνες του, ζωή που υπάρχει
       σ' άλλη ζωή
Αίμα που τρέχει από τα μάτια μου, στις πράξεις
       των ηρώων του (άστρο εχέμυθο)
Και τρέμει ο μόχθος των χεριών μου, υψώνεται
       ώς τα χρώματα του θυρεού της λήθης
Βλέπω το γέλιο που έγραψε τη μοίρα του
Βλέπω το χέρι που έδωσε το ρίγος του
Και τυλίγομαι σύννεφα που εύκολα ξεδιαλύνει
       μια φτυαριά ουρανού καθάριου.

Έμπιστο φως ξαναγεμίζεις το άλσος μου, έτοιμος είμαι στο
       προσκάλεσμά σου
Είμαστε δυο, και παρακάτω η ακροθαλασσιά πάλι με τις
       πιο γνώριμες κραξιές των γλάρων
Όπου κι αν βάλω πλώρη εδώ αράζω, το σκοτάδι
       με χρωστάει στο φως
Η γη στη θάλασσα, ή φουρτούνα στη γαλήνη

Κρεμασμένος απ' τα κρόσσια μιας αυγής που εξάγνισε
       τα νύχτια παρελθόντα
Γεύομαι τους καινούριους ήχους, άθλους της δροσιάς
       που επίστεψαν στα δέντρα
Μια χλωρή παρουσία προχωράει στις ρίζες της κι αποκτάει
       τη μέρα
Σαν καρδιά που μπαίνει πια στη θέση της
Σαν γυναίκα που νιώθει πια τα νιάτα της
Και χαρίζει ανοίγοντας τους κόσμους των ματιών της
       ηδονή ανεξάντλητη
Μέρα ξανθή, του ήλιου ανταμοιβή και του Έρωτα.


Από τη συλλογή: «Προσανατολισμοί».
Από το βιβλίο: Οδυσσέας Ελύτης, «Ποίηση», Ίκαρος, Άθήνα 2002 , σελ. 29–36.

Saturday, March 14, 2009

ALFONSINA STORNI (1892-1938)




El cisne enfermo

Hay un cisne que muere cercado en un palacio.
Un cisne misterioso de ropaje de seda
que en vez de deslizarse en la corriente leda
se estanca fatigado de mirar el espacio.

El cisne es un enfermo que adora al dios de oro;
el sol, padre de razas, fecunda su agonía.
por eso su tristeza es una sinfonía
de flores que se entreabren en las sombras del lloro.

Tiene el pecho cruzado por un loco puñal,
gota a gota su sangre se diluye en el lago
y las aguas azules se encantarán bajo el mago
poder de los rubíes que destila su mal.

El alma de este cisne es una sensitiva...
no levantéis la voz al lado del estanque
si no queréis que el cisne con el pico se arranque
el puñal que sostiene su existencia furtiva.

Cuentan viejas leyendas que está enfermo de amor.
Que el corazón enorme se le ha centuplicado
y que tiene en la entraña como El Crucificado
un dolor que cobija todo humano dolor.

Y cuentan las leyendas que es un cisne-poeta...
Que la magia del ritmo le ha ungido la garganta
y canta porque sí, como el arroyo canta
la rima cristalina de su corriente inquieta.
..................................................................

Yo he soñado una noche que el viejo palacio
era el cisne cansado de mirar el espacio.



***********************


Dulce tortura


Polvo de oro en tus manos fue mi melancolía
sobre tus manos largas desparramé mi vida;
mis dulzuras quedaron a tus manos prendidas;
ahora soy un ánfora de perfumes vacía.

Cuánta dulce tortura quietamente sufrida
cuando, picada el alma de tristeza sombría,
sabedora de engaños, me pasaba los días
¡besando las dos manos que me ajaban la vida!


*********************************


Carta lÍrica a otra mujer


Vuestro nombre no sé, ni vuestro rostro
conozco yo, y os imagino blanca,
débil como los brotes iniciales,
pequeña, dulce... Ya ni sé... Divina,
en vuestros ojos, placidez de lago
que se abandona al sol y dulcemente
le absorbe su oro mientras todo calla.

Y vuestras manos, finas, como aqueste
dolor, el mío, que se alarga, se alarga,
y luego se me muere y se concluye
así, como lo veis, en algún verso.

Ah, ¿sois así? Decidme si en la boca
tenéis un rumoroso colmenero,
si las orejas vuestras son a modo
de pétalos de rosa ahuecados...

Decidme si lloráis, humildemente,
mirando las estrellas tan lejanas
y si en las manos tibias se os duermen
palomas blancas y canarios de oro.

Porque todo eso y más, vos sois, sin duda
vos, que tenéis el hombre que adoraba
entre las manos dulces, vos la bella
que habéis matado, sin saberlo acaso,
toda esperanza en mí... Vos, su criatura.

Porque él es todo vuestro: cuerpo y alma
estáis gustando del amor secreto
que guardé silencioso... Dios lo sabe
por qué, que yo no alcanzo a penetrarlo.

Os lo confieso que una vez estuvo
tan cerca de mi brazo, que a extenderlo
acaso mía aquella dicha vuestra
me fuera ahora... Sí, acaso mía...

Mas ved, estaba el alma tan gastada
que el brazo mío no alcanzó a extenderse:
la sed divina, contenida entonces,
me pulió el alma....Y él ha sido vuestro!

¿Comprendéis bien? Ahora, en vuestros brazos
él se estremece y le decís palabras
pequeñas y menudas que semejan
pétalos volanderos y muy blancos.

¡Oh, ceñidle la frente! ¡Era tan amplia!
Arrancaban tan firmes los cabellos
a grandes ondas, que a tenerla cerca,
no hiciera yo otra cosa que ceñirla!

Luego dejad que en vuestras manos vaguen
los labios suyos; él me dijo un día
que nada era tan dulce al alma suya
como besar las femeninas manos...

Y acaso, alguna vez, yo, la que anduve
vagando por afuera de la vida,
-como aquellos filósofos mendigos
que van a las ventanas señoriales
a mirar sin envidia toda fiesta-

me allegue alguna vez a vuestro lado
y con palabras quedas, susurrantes,
os pida vuestras manos un momento,
para besarlas, yo, cómo él las besa...

Y al recubrirlas, lenta, lentamente,
vaya pensando: aquí se aposentaron
¿cuánto tiempo, sus labios, cuánto tiempo
en las divinas manos que son suyas?

Oh, qué amargo deleite, este deleite
de buscar huellas suyas y seguirlas
sobre las manos vuestras tan sedosas,
tan finas, con las venas tan azules!

Oh, que nada podría, ni ser suya,
ni dominarle el alma, ni tenerlo
rendido aquí a mis pies, recompensarme
este horrible deleite de ser mío
un inefable, apasionado rastro...

Y allí en vos misma, sí, pues sois barrera,
barrera ardiente, viva, que al tocarla
ya me remueve este cansancio amargo,
este silencio de alma en que me escudo,

este dolor mortal en que me abismo
esta inmovilidad del sentimiento,
que sólo salta bruscamente cuando
nada es posible!


**********************


Odio

Oh, primavera de las amapolas,
tú que floreces para bien mi casa,
luego que enjoyes las corolas,
pasa.

Beso, la forma más voraz del fuego,
clava sin miedo tu endiablada espuela,
quema mi alma, pero luego,
vuela.
Risa de oro que movible y loca
sueltas el alma, de las sombras, presa,
en cuanto asomes a la boca,
cesa.

Lástima blanda del error amante
que a cada paso el corazón diluye,
vuelca tus mieles y al instante,
huye.

Odio tremendo, como nada fosco,
odio que truecas en puñal la seda,
odio que apenas te conoz


***************************


Presentimiento


Tengo el presentimiento que he de vivir muy poco.
Esta cabeza mía se parece al crisol,
Purifica y consume.
Pero sin una queja, sin asomo de horror,
Para acabarme quiero que una tarde sin nubes,
Bajo el límpido sol,
Nazca de un gran jazmín una víbora blanca
Que dulce, dulcemente, me pique el corazón.


************************


Frente al mar


Oh mar, enorme mar, corazón fiero
De ritmo desigual, corazón malo,
Yo soy más blanda que ese pobre palo
Que se pudre en tus ondas prisionero.

Oh mar, dame tu cólera tremenda,
Yo me pasé la vida perdonando,
Porque entendía, mar, yo me fui dando:
"Piedad, piedad para el que más ofenda".

Vulgaridad, vulgaridad me acosa.
Ah, me han comprado la ciudad y el hombre.
Hazme tener tu cólera sin nombre:
Ya me fatiga esta misión de rosa.

¿Ves al vulgar? Ese vulgar me apena,
Me falta el aire y donde falta quedo,
Quisiera no entender, pero no puedo:
Es la vulgaridad que me envenena.

Me empobrecí porque entender abruma,
Me empobrecí porque entender sofoca,
¡Bendecida la fuerza de la roca!
Yo tengo el corazón como la espuma.

Mar, yo soñaba ser como tú eres,
Allá en las tardes que la vida mía
Bajo las horas cálidas se abría...
Ah, yo soñaba ser como tú eres.

Mírame aquí, pequeña, miserable,
Todo dolor me vence, todo sueño;
Mar, dame, dame el inefable empeño
De tornarme soberbia, inalcanzable.

Dame tu sal, tu yodo, tu fiereza,
¡Aire de mar!... ¡Oh tempestad, oh enojo!
Desdichada de mí, soy un abrojo,
Y muero, mar, sucumbo en mi pobreza.

Y el alma mía es como el mar, es eso,
Ah, la ciudad la pudre y equivoca
Pequeña vida que dolor provoca,
¡Que pueda libertarme de su peso!

Vuele mi empeño, mi esperanza vuele...
La vida mía debió ser horrible,
Debió ser una arteria incontenible
Y apenas es cicatriz que siempre duele.


**********


Me atreveré a besarte


Mírame aquí a tu lado tirada dulcemente;
soy un lirio caído al pie de una montaña...
Mírame aquí a tu lado...Esa luz que me baña
me viene de tus ojos como de un sol naciente.

Cómo envidio tus uñas insertas en tus dedos,
y tus dedos insertos de tu mano en la palma,
y tu ser todo inserto en el molde de mi alma!
Cómo envidio tus uñas insertas en tus dedos.

Acoge mi pedido: oye mi voz sumisa,
vuélvete a donde quedo postrada y sin aliento.
Celosa de tus penas, esclava de tu risa,
sobra de tus anhelos y de tu pensamiento.

Te miraré a los ojos cuando la tarde abroche
tu boca bien amada que no he besado nunca...


**********


El divino amor


Te ando buscando, amor que nunca llegas,
te ando buscando, amor que te mezquinas,
me aguzo por saber si me adivinas,
me doblo por saber si te me entregas.

Las tempestades mías, andariegas,
se han aquietado sobre un haz de espinas;
sangran mis carnes gotas purpurinas
porque a salvarme, ¡oh niño!, te me niegas.

Mira que estoy de pie sobre los leños,
que a veces bastan unos pocos sueños
para encender la llama que me pierde.

Sálvame, amor, y con tus manos puras
trueca este fuego en límpidas dulzuras
y haz de mis leños una rama verde.


**********


Esto es amor...

Esto es amor, esto es amor, yo siento
en todo átomo vivo un pensamiento.

Yo soy una y soy mil, todas las vidas
pasan por mí, me muerden sus heridas.

Y no puedo ya más, en cada gota
de mi sangre hay un grito y una nota.

Y me doblo, me doblo bajo el peso
de un beso enorme, de un enorme beso.


************


Tu dulzura


Camino lentamente por la senda de acacias,
me perfuman las manos sus pétalos de nieve,
mis cabellos se inquietan bajo céfiro leve
y el alma es como espuma de las aristocracias.

Genio bueno: este día conmigo te congracias,
apenas un suspiro me torna eterna y breve...
¿Voy a volar acaso, ya que el alma se mueve?
En mis pies cobran alas y danzan las tres Gracias.

Es que anoche tus manos en mis manos de fuego,
dieron tantas dulzuras a mi sangre, que luego
llenóseme la boca de mieles perfumadas,

tan frescas, que en la limpia madrugada de estío,
mucho temo volverme al caserío,
prendidas en los labios mariposas doradas.


************


Veinte siglos

Para decirte, amor, que te deseo,
sin los rubores falsos del instinto.
Estuve atada como Prometeo,
pero una tarde me salí del cinto.

Son veinte siglos que movió mi mano
para poder decirte sin rubores:
"Que la luz edifique mis amores".
¡Son veinte siglos los que alzo mi mano!

Pasan las flechas sobre mis cabellos,
pasan las flechas, aguzados dardos...
¡Son veinte siglos de terribles fardos!
Sentí su peso al libertarme de ellos.


***********


Dos palabras

Esta noche al oído me has dicho dos palabras
comunes. Dos palabras cansadas
de ser dichas. Palabras
que de viejas son nuevas.

Dos palabras tan dulces, que la luna que andaba
filtrando entre las ramas
se detuvo en mi boca. Tan dulces dos palabras
que una hormiga pasea por mi cuello y no intento
moverme para echarla.

Tan dulces dos palabras
que digo sin quererlo -¡oh, qué bella, la vida!-
Tan dulces y tan mansas
que aceites olorosos sobre el cuerpo derraman.

Tan dulces y tan bellas
que nerviosos, mis dedos,
se mueven hacia el cielo imitando tijeras.
Oh, mis dedos quisieran
cortar estrellas.


********


Alma desnuda

Soy un alma desnuda en estos versos,
alma desnuda que angustiada y sola
va dejando sus pétalos dispersos.

Alma que puede ser una amapola,
que puede ser un lirio, una violeta,
un peñasco, una selva y una ola.

Alma que como el viento vaga inquieta
y ruge cuando está sobre los mares
y duerme dulcemente en una grieta.

Alma que adora sobre sus altares
dioses que no se bajan a cegarla;
alma que no conoce valladares.

Alma que fuera fácil dominarla
con sólo un corazón que se partiera
para en su sangre cálida regarla.
Alma que cuando está en la primavera
dice al invierno que demora: vuelve,
caiga tu nieve sobre la pradera.

Alma que cuando nieva se disuelve
en tristezas, clamando por las rosas
con que la primavera nos envuelve.

Alma que a ratos suelta mariposas
a campo abierto, sin fijar distancia,
y les dice: libad sobre las cosas.

Alma que ha de morir de una fragancia,
de un suspiro, de un verso en que se ruega,
sin perder, a poderlo, su elegancia.

Alma que nada sabe y todo niega
y negando lo bueno el bien propicia
porque es negando como más se entrega.

Alma que suele haber como delicia
palpar las almas, despreciar la huella,
y sentir en la mano una caricia.

Alma que siempre disconforme de ella,
como los vientos vaga, corre y gira;
alma que sangra y sin cesar delira
por ser el buque en marcha de la estrella.


*************


Dientes de flores, cofia de rocío...


Dientes de flores, cofia de rocío,
manos de hierbas, tú, nodriza fina,
tenme prestas las sábanas terrosas
y el edredón de musgos escardados.

Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame.
Ponme una lámpara en la cabecera;
una constelación, la que te guste;
todas son buenas, bájala un poquito.

Déjame sola; oyes romper los brotes...
te acuna un pie celeste desde arriba
y un pájaro te traza unos compases

para que olvides... Gracias... Ah, un encargo:
si él llama nuevamente por teléfono
le dices que no insista, que he salido.


********


La inquietud del rosal


El rosal en su inquieto modo de florecer
va quemando la savia que alimenta su ser.
¡Fijaos en las rosas que caen del rosal;
tantas son que la planta morirá de este mal!
El rosal no es adulto y su vida impaciente
se consume al dar flores precipitadamente.


*********


Esta tarde


Ahora quiero amar algo lejano...
algún hombre divino
que sea como un ave por lo dulce,
que haya habido mujeres infinitas
y sepa de otras tierras, y florezca
la palabra en sus labios, perfumada:
suerte de selva virgen bajo el viento...

Y quiero amarlo ahora. Está la tarde
blanda y tranquila como espeso musgo,
tiembla mi boca y mis dedos finos,
se deshacen mis trenzas poco a poco.

Siento un vago rumor... Toda la tierra
está cantando dulcemente... Lejos,
los bosques se han cargado de corolas,
desbordan los arroyos de sus cauces
y las aguas se filtran en la tierra
así como mis ojos en los ojos
que estoy soñando embelesada...

Pero...
ya está bajando el sol tras de los montes,
las aves se acurrucan en sus nidos,
la tarde ha de morir y él está lejos...
lejos como este sol que para nunca
se marcha y me abandona, con las manos
hundidas en las trenzas, con la boca
húmeda y temblorosa, con el alma
sutilizada, ardida en la esperanza
de este amor infinito que me vuelve
dulce y hermosa...



*******************


Oye


Yo seré a tu lado,
silencio, silencio,
perfume, perfume,
no sabré pensar,
no tendré palabras,
no tendré deseos,
sólo sabré amar.

Cuando el agua caiga monótona y triste
buscaré tu pecho para acurrucar
este peso enorme que llevo en el alma
y no sé explicar.

Te pediré entonces tu lástima, amado,
para que mis ojos se den a llorar silenciosamente,
como el agua cae sobre la ciudad.

Y una noche triste, cuando no me quieras,
secaré los ojos y me iré a bogar
por los mares negros que tiene la muerte,
para nunca más.


**********


Soy esa flor


Tu vida es un gran río, va caudalosamente.
A su orilla, invisible, yo broto dulcemente.
Soy esa flor perdida entre juncos y achiras
que piadoso alimentas, pero acaso ni miras.

Cuando creces, me arrastras y me muero en tu seno;
cuando secas, me muero poco a poco en el cieno;
pero de nuevo vuelvo a brotar dulcemente
cuando en los días bellos vas caudalosamente.

Soy esa flor perdida que brota en tus riberas
humilde y silenciosa todas las primaveras.


*************


Dolor


Quisiera esta tarde divina de octubre
pasear por la orilla lejana del mar;
que la arena de oro, y las aguas verdes,
y los cielos puros me vieran pasar.

Ser alta, soberbia, perfecta, quisiera,
como una romana, para concordar
con las grandes olas, y las rocas muertas
y las anchas playas que ciñen el mar.

Con el paso lento, y los ojos fríos
y la boca muda, dejarme llevar;
ver cómo se rompen las olas azules
contra los granitos y no parpadear;

ver cómo las aves rapaces se comen
los peces pequeños y no despertar;
pensar que pudieran las frágiles barcas
hundirse en las aguas y no suspirar;

ver que se adelanta, la garganta al aire,
el hombre más bello, no desear amar...

Perder la mirada, distraídamente,
perderla y que nunca la vuelva a encontrar:
y, figura erguida, entre cielo y playa,
sentirme el olvido perenne del mar.


***********


Hombre pequeñito

Hombre pequeñito, hombre pequeñito,
suelta a tu canario, que quiere volar...
Yo soy el canario, hombre pequeñito,
déjame saltar.

Estuve en tu jaula, hombre pequeñito,
hombre pequeñito que jaula me das.
Digo pequeñito porque no me entiendes,
ni me entenderás.

Tampoco te entiendo, pero mientras tanto
ábreme la jaula que quiero escapar;
hombre pequeñito, te amé un cuarto de ala;
no me pidas más.


*************************


Silencio... silencio...


Me besarás los ojos... estarás a mi lado...
-Adiós, hasta mañana, hasta mañana amado.

Y caerá en mis pupilas una luz bienhechora,
la luz azul-celeste de la última hora.

Una luz tamizada que bajando del cielo
me pondrá en las pupilas la dulzura de un velo.

Una luz tamizada que ha de cubrirme toda
con su velo impalpable como un velo de boda.

Oh, silencio, silencio... esta tarde es la tarde
en que la sangre mía ya no corre ni arde.

Oh, silencio, silencio... en torno de mi cama
tu boca bien amada dulcemente me llama.

Oh silencio, silencio que tus besos sin ecos
se pierden en mi alma temblorosos y secos.

Oh silencio, silencio que la tarde se alarga
y pone sus tristezas en tu lágrima amarga.

Oh silencio, silencio que se callan las aves,
se adormecen las flores, se detienen las naves.

Oh silencio, silencio que una estrella ha caído
dulcemente a la tierra, dulcemente y sin ruido.

Oh silencio, silencio que la noche se allega
y en mi lecho se esconde, susurra, gime y ruega.

Oh silencio, silencio... que el silencio me toca
y me apaga los ojos, y me apaga la boca.

Oh silencio, silencio... que la calma destilan
mis manos cuyos dedos lentamente se afilan...


**********


Pasión


Unos besan las sienes, otros besan las manos,
otros besan los ojos, otros besan la boca.
Pero de aquél a éste la diferencia es poca.
No son dioses, ¿qué quieres?, son apenas humanos.

Pero, encontrar un día el espíritu sumo,
la condición divina en el pecho de un fuerte,
el hombre en cuya llama quisieras deshacerte
¡como al golpe de viento las columnas de humo!

La mano que al posarse, grave, sobre tu espalda,
haga noble tu pecho, generosa tu falda,
y más hondos los surcos creadores de tus senos.

¡Y la mirada grande, que mientras te ilumine
te encienda al rojoblanco, y te arda, y te calcine
hasta el seco ramaje de los pálidos huesos!


*********************


Duerme tranquilo


Dijiste la palabra que enamora
a mis oídos. Ya olvidaste. Bueno.
Duerme tranquilo. Debe estar sereno
y hermoso el rostro tuyo a toda hora.

Cuando encanta la boca seductora
debe ser fresca, su decir ameno;
para tu oficio de amador no es bueno
el rostro ardido del que mucho llora.

Te reclaman destinos más gloriosos
que el de llevar, entre los negros pozos
de las ojeras, la mirada en duelo.

¡Cubre de bellas víctimas el suelo!
Más daño al mundo hizo la espada fatua
de algún bárbaro rey y tiene estatua.


************


Soy


Soy suave y triste si idolatro, puedo
bajar el cielo haSta mi mano cuando
el alma de otro al alma mía enredo.
Plumón alguno no hallarás más blando.

Ninguna como yo las manos besa,
ni se acurruca tanto en un ensueño,
ni cupo en otro cuerpo, así pequeño,
un alma humana de mayor terneza.

Muero sobre los ojos, si los siento
como pájaros vivos, un momento,
aletear bajo mis dedos blancos.

Sé la frase que encanta y que comprende
y sé callar cuando la luna asciende
enorme y roja sobre los barrancos.


************


Fiero amor


Oh, fiero amor, llegaste como la mariposa.
Cuando comienza Octubre se aproxima a la rosa;
era silencio todo, era silencio abierto
a sombras misteriosas como el ojo de un muerto.

Yo era la misma sombra, yo era menos, yo era
una cosa durmiente que ni sueña ni espera,
cuando el vuelo de aquella mariposa celeste
me hizo gorjear de pronto como un pájaro agreste.

Oh, cien soles se alzaron por el lado de oriente,
oh, cien ríos corrieron por la misma pendiente,
oh, cien lunas de plata brillaron en el cielo
y cien altas montañas emprendieron el vuelo.

Abrí los brazos: tuve la divina locura
de tocar con mis dedos las cosas de la altura.
Abrí los ojos: tuve la divina tristeza
de beber con los ojos la celeste belleza.

Lloré, lloré sin tregua; grité: Corazón mío,
detente en el camino que lleva al desvarío;
pero el corazón mío fue una gota de cera...
Dios, ¿qué pudo esa gota contra la primavera?...

Fiero amor: en tus manos yo he soltado mi vida;
acógela: Paloma que se posa rendida
en las garras sangrientas, ya no bate las alas:
muere de lo que vive; vive de lo que exhalas.

Bien sé que no hay cien soles que nazcan en oriente,
bien sé que no hay cien ríos por la misma pendiente,
bien sé que no hay cien lunas que brillen en el cielo,
bien sé que no hay montañas que se alarguen al vuelo.

Bien sé que las palomas ciegan sus ojos, dejan
en el nido las plumas, las auroras se alejan,
caen las hojas, viene el otoño, la muerte,
y se agrisan los días, y se agrisa la suerte.

Pero soy una esclava del dolor y lo adoro
como adora el avaro el sonido del oro:
oh, terrible tormenta de relámpago y rayo,
en tu fuego revivo, en tu fuego desmayo.

Fiero amor: soy pequeña como un copo de nieve,
fiero amor: soy pequeña como un pájaro breve,
triste como el gemido de un niño moribundo,
fiero amor, no hallarías mejor presa en el mundo.

Ninguna moriría más ligero en tus garras,
ninguna moriría más pronto en tus amarras.
Alumbra, sol naciente... Naturaleza, crece:
sobre la vida oscura la muerte resplandece.


***********


La caricia perdida


Se me va de los dedos la caricia sin causa,
se me va de los dedos ... En el viento, al rodar,
la caricia que vaga sin destino ni objeto,
la caricia perdida, ¿quién la recogerá?

Pude amar esta noche con piedad infinita,
pude amar al primero que acertara a llegar.
Nadie llega. Están solos los floridos senderos.
La caricia perdida rodará... rodará...

Si en los ojos te besan esta noche, viajero,
si estremece las ramas un dulce suspirar,
si te oprime los dedos una mano pequeña
que te toma y te deja, que te logra y se va,

si no ves esa mano ni la boca que besa,
si es el aire quien teje la ilusión de llamar,
oh, viajero, que tienes como el cielo los ojos,
en el viento fundida ¿me reconocerás?


***********


Miedo


Aquí, sobre tu pecho, tengo miedo de todo;
estréchame en tus brazos como una golondrina
y dime la palabra, la palabra divina
que encuentre en mis oídos dulcísimo acomodo.

Háblame de amor, arrúllame, dame el mejor apodo,
besa mis pobres manos, acaricia la fina
mata de mis cabellos, y olvidaré, mezquina,
que soy, ¡oh cielo eterno!, sólo un poco de lodo.

¡Es tan mala la vida! ¡Andan sueltas las fieras...!
Oh, no he tenido nunca las bellas primaveras
que tienen las mujeres cuando todo lo ignoran.

En tus brazos, amado, quiero soñar en ellos,
mientras tus manos blancas suavizan mis cabellos,
mientras mis labios besan, mientras mis ojos lloran.


**************


Peso ancestral


Tú me dijiste: no lloró mi padre;
tú me dijiste: no lloró ni abuelo;
no han llorado los hombres de mi raza,
eran de acero.

Así diciendo te brotó una lágrima
y me cayó en la boca... más veneno.
Yo no he bebido nunca en otro vaso
así pequeño.

Débil mujer, pobre mujer que entiende
dolor de siglos conocí al beberlo:
¡Oh, el alma mía soportar no puede
todo su peso!


************


Subconciencia


Has hablado, has hablado y me he dormido.
Pero duermo y no duermo, porque siento
que estoy bajo el supremo pensamiento:
vivo, viviré siempre y he vivido.

Has hablado, has hablado y he caído
en un marasmo... cede hasta el aliento.
Tiempo atrás, en las sombras, me he perdido:
estoy ciega. No tengo sentimiento.

Como el espacio soy, como el vacío.
Es una sombra todo el cuerpo mío
y puedo como el humo levantarme:

Oigo soplos etéreos... sobrehumanos...
Sujétame a la tierra con tus manos,
que si el viento se mueve ha de llevarme.


**********


Al oído...

Si quieres besarme.....besa
-yo comparto tus antojos-.
Mas no hagas mi boca presa..
bésame quedo en los ojos.

No me hables de los hechizos
de tus besos en el cuello...
están celosos mis rizos,
acaríciame el cabello.

Para tu mimo oportuno,
si tus ojos son palabras,
me darán, uno por uno,
los pensamientos que labras.

Pon tu mano entre las mías...
temblarán como un canario
y oiremos las sinfonías
de algún amor milenario.

Esta es una noche muerta
bajo la techumbre astral.
Está callada la huerta
como en un sueño letal.

Tiene un matiz de alabastro
y un misterio de pagoda.
¡Mira la luz de aquel astro!
¡la tengo en el alma toda!

Silencio...silencio...¡calla!
Hasta el agua corre apenas,
bajo su verde pantalla
se aquieta casi la arena...

¡Oh! ¡qué perfume tan fino!
¡No beses mis labios rojos!
En la noche de platino
bésame quedo en los ojos...

Saturday, February 14, 2009

JAN ZAHRADNÍČEK (1905-1960)




Ο Γιαν Ζαχραντνίτσεκ μαζί με τον Φράντισεκ Χάλας.



Těžkooděnec

Každý rok níže
sklání se hlava tvá,
v tmách anděly tíže
bezmocná svolává.

V sousedství hlubin, ó dnové
s hvězdami na rubu,
vznesou se podoby nové
z rozbitých kadlubů.

Již dávno, dávno je s námi
tíže jak přilba a meč,
ale co mámí, co mámí

a zpod hledí časná se ztrácí
jak žehnání žalu a řeč,
jak hvězdy a slzy a ptáci?



Beze jména

Hodiny, kroky, orli mí,
ó buďte mi přívětiví,
když v okřídlené podzimy
mé oči se diví.

Vy, pro něž moudrost hadí zrá,
chvějte se hořce před jesení-
jde štěstí vážné jako hra,
mlčení padá na mlčení.

I bratr strom se rozpomene
a voda - panna šílená,
když zdvíhá svoje ramena,

ptáci když kratší cestou k ráji
nad naším žitím pospíchají,
šeptají vše tak bezejmenné.




Stromům

"Lese, ty mechatý spáči!" Peter Hill

Obydlí větrů nikdy neztišená,
plameny zelené, jež náhle vyrazí
a šedá hnízda berou na ramena,
až zase řeřavěji před mrazy.

Vy harfy záchvěvů, jež umírají
pod srdci dosud nenarozeným,
jen brzy milující vás se ptají,
jak lásku stínů spoutat světlem svým.

Vy sloupy zpívající z modra nebe,
vy lesy ležící jak zvíře plné tmy,
jak vaše ticho zneklidní a zebe!

Zelené štěstí poznat dejte mi,
až v přilbách světla sladce obklopíte
mé hodiny jen pro vás, pro vás žité.



Hry

Chtěl bych být pískem a přijmout stopy
všech vašich kroků, slunných her,
chtěl bych být větrem a smazat stopy
perutí žalu vpodvečer.

Ó rty a ruce skrze listí
let dávných sotva spatřené,
snad najdu ještě ono listí
a teplo kdysi cítěné.

Snad hvězdy budou rozsety
kde si teď pro naděje hrajem,
kde zrakem mým jak světlým hájem
jdou zlatovlasé chvíle ty -

Však dálko, výško, podzime,
což jsou to ještě oči mé?



Cestou

Jsou shluky stromů plny svaté tísně,
suknice dálek sluncem prohřátá,
o loňském listí pramen mluví přísně,
ó snad se bude líbit píseň ta.

Své sandály tak na chvíli jen zouti
a setrvati v srázném utkvění-
Tu píseň času, která jindy rmoutí,
se moudře daří zpívat prameni.

Kam pro tíhu svou více nemohu,
má slova ohňová ať aspoň jdou,
ať kovově mi zobou oblohu,

když nové kraje na staré se vrší,
kdy na vsi rozhozené namátkou
a na stoleté lesy teple prší.



Slova mrtvému

Vnuknutí mladá, spící ve větvích,
mně šeptají o měkkých krocích tvých,
efébe, peruti, jež teď jsi stínem,
hvězdám i červům blízký v světě jiném.

Tam anděl, tepna světla, z tebe vlá,
zde cvrček, herold ticha, mne se ptá.
Tam kovář stálic ležíš u kořenů,
zde větve své nad jejich spletí klenu.

Zde podzim, snítka vřesu na horách,
a vše, co země spěchá změnit v prach,
o tobě vypráví svým žalujícím pádem,
na něj jak na křídla tvé jméno kladem

Zde vše, co hyne, rozkazujíc dí:
oblaka, vítr, pták a souhvězdí.



Neklid

Ó co mne uhranulo v mladém lese,
tam kde jsem včera pod modříny stál?
Nad spletí větví, jimiž vítr třese,
neklidný měsíc kamsi pospíchal.

Skloň se až ke mně, teplý, měkký větře,
až k trávě sesterské, kde mrtví spí,
vanoucí dálka ať mi s čela setře
světelné kapky lichých úzkostí.

I mne pod šerým křídlem Lucifera
daleko odtud stesk a zmatek jal
a zahnal sem, bych za večera

pahorek, topol, tmu zas uhlídal,
a do vlasů mi zase napadaly
střepinky ráje se stromů, jež spaly.



Užovka

Rudolfu Černému

Spí, mrtva je užovka v upolínu,
má barvu pláče její zvadlá pleť,
a na ruce jak padá zeleň stínů,
na křídlech milovat, ó považ teď.

Tak s hlavou nazad obrácenou dřímá,
jak mrtvé dny se nazpět dívají,
má barvu řek, a nehledět už zpříma,
hle, dávná marnost rozkázala jí.

Skloňte se, sosen sloupy jantarové,
sudlice trav, kde mihla se v dny nové
nit stříbrná, již sotva postřehls.

Džbán výšek rozbit, tuhne draslo slz...
Má barvu pláče, řek a mokrých stínů,
spí, mrtva je užovka v upolínu.



Rovnodennost

Zčernaly větve ve větru, jenž pálí,
z okraje noci pták se ozývá,
leká snad jaro hřímající z dáli
v panenství čistá, plachá, tesklivá?

Krajiny známé ze bdění a ze sna,
kde prázdno polí stře se do hnědi,
až nachýlí se žití mé, ať klesna
znám štěstí těch, kdo ještě nevědí.

Pak světla půl a stínů polovina
jak palma ta, jež tančí nad hlubinou,
kéž najdu úpění tak zcela jiná

než ta, co hnětla krystaly mé dosud,
kéž nebojím se bázní snů, jež hynou,
když kdosi drží rozsvícen můj osud.



Před bouří

Jak žluté ovsy náhle zesinaly
pod černým stanem vody visuté.
Pod biči blesků skelně zapraskaly
výšiny k zemi prudce sehnuté.

A dole klas a strom se rozševelí
v přiznánícudném k žhavé žízni své.
Osiny sucha v mízách řeřavěly
a klesla křídla v tíze drolivé.

Až pruty dešťů v zemi zakoření
večery křehčí nežli fontány,
až stvoly pozdvihnou se v tenkém chvění

a vůně k barvám budou přidány,
jak půjdu žasna, v kapkách poznávaje,
co ve mně padá, lká a dosud zraje!



Zastavení


Vítr krutě pálající zleva
v trýzni tříbivéjak úděl dán.
Jednou jím jak od pšenice pleva
budu oddělen, až řekne Pán.

Znavila se stébla miny bdící,
nikdy neustávše v klaněních.
Snad mi bude usouzeno říci,
co to kdysi promlouvalo v nich.

Prut mé krve prudce ohýbá se,
šiky ptáků zanikají v kráse,
ach, jak ještě třeba dlouho jít?

V žlutý večer plný žalování
náhlá růže nade mnou se sklání-
kosých slov a záští zbaven žít.



Barevný závoj

Jako ten, kdo z obličeje snímá
svého spánku příkrov nezjevný,
očima tak potmě žasnoucíma
rozhrnul jsem závoj barevný.

Jako něčí tvář a moje touha
světlo splývalo zde s pláčem vod,
mezi nimi podoba jen pouhá,
sloupy zdvíhaly se bez náhod.

Slyšel jsem jich prosbu neskloněnou,
jejich křiky zpola vědomé,
zřel, jak vzhůru s lehkostí se klenou.

Ne již bolest, ale opojení,
které tančíc ve hvězdu se mění,
budiž osten můj a křídlo mé.

Saturday, February 7, 2009

OCTAVIO PAZ: PIEDRA DE SOL


PIEDRA DE SOL


La treizième revient…c’est encor la première;
et c’est toujours la seule-ou c’est le seul moment;
car es-tu reine, ô toi, la première ou dernière?
es-tu roi, toi le seul ou le dernier amant?
Gérard de Nerval, Arthèmis

un sauce de cristal, un chopo de agua,
un alto surtidor que el viento arquea,
un árbol bien plantado mas danzante,
un caminar de río que se curva,
avanza, retrocede, da un rodeo
y llega siempre:
un caminar tranquilo
de estrella o primavera sin premura,
agua que con los párpados cerrados
mana toda la noche profecías,
unánime presencia en oleaje,
ola tras ola hasta cubrirlo todo,
verde soberanía sin ocaso
como el deslumbramiento de las alas
cuando se abren en mitad del cielo,

un caminar entre las espesuras
de los días futuros y el aciago
fulgor de la desdicha como un ave
petrificando el bosque con su canto
y las felicidades inminentes
entre las ramas que se desvanecen,
horas de luz que pican ya los pájaros,
presagios que se escapan de la mano,

una presencia como un canto súbito,
como el viento cantando en el incendio,
una mirada que sostiene en vilo
al mundo con sus mares y sus montes,
cuerpo de luz filtrado por un ágata,
piernas de luz, vientre de luz, bahías,
roca solar, cuerpo color de nube,
color de día rápido que salta,
la hora centellea y tiene cuerpo,
el mundo ya es visible por tu cuerpo,
es transparente por tu transparencia,

voy entre galerías de sonidos,
fluyo entre las presencias resonantes,
voy por las transparencias como un ciego,
un reflejo me borra, nazco en otro,
oh bosque de pilares encantados,
bajo los arcos de la luz penetro
los corredores de un otoño diáfano,

voy por tu cuerpo como por el mundo,
tu vientre es una plaza soleada,
tus pechos dos iglesias donde oficia
la sangre sus misterios paralelos,
mis miradas te cubren como yedra,
eres una ciudad que el mar asedia,
una muralla que la luz divide
en dos mitades de color durazno,
un paraje de sal, rocas y pájaros
bajo la ley del mediodía absorto,

vestida del color de mis deseos
como mi pensamiento vas desnuda,
voy por tus ojos como por el agua,
los tigres beben sueño de esos ojos,
el colibrí se quema en esas llamas,
voy por tu frente como por la luna,
como la nube por tu pensamiento,
voy por tu vientre como por tus sueños,

tu falda de maíz ondula y canta,
tu falda de cristal, tu falda de agua,
tus labios, tus cabellos, tus miradas,
toda la noche llueves, todo el día
abres mi pecho con tus dedos de agua,
cierras mis ojos con tu boca de agua,
sobre mis huesos llueves, en mi pecho
hunde raíces de agua un árbol líquido,
voy por tu talle como por un río,
voy por tu cuerpo como por un bosque,
como por un sendero en la montaña
que en un abismo brusco se termina
voy por tus pensamientos afilados
y a la salida de tu blanca frente
mi sombra despeñada se destroza,
recojo mis fragmentos uno a uno
y prosigo sin cuerpo, busco a tientas,

corredores sin fin de la memoria,
puertas abiertas a un salón vacío
donde se pudren todos lo veranos,
las joyas de la sed arden al fondo,
rostro desvanecido al recordarlo,
mano que se deshace si la toco,
cabelleras de arañas en tumulto
sobre sonrisas de hace muchos años,
a la salida de mi frente busco,
busco sin encontrar, busco un instante,
un rostro de relámpago y tormenta
corriendo entre los árboles nocturnos,
rostro de lluvia en un jardín a obscuras,
agua tenaz que fluye a mi costado,

busco sin encontrar, escribo a solas,
no hay nadie, cae el día, cae el año,
caigo en el instante, caigo al fondo,
invisible camino sobre espejos
que repiten mi imagen destrozada,
piso días, instantes caminados,
piso los pensamientos de mi sombra,
piso mi sombra en busca de un instante,

busco una fecha viva como un pájaro,
busco el sol de las cinco de la tarde
templado por los muros de tezontle:
la hora maduraba sus racimos
y al abrirse salían las muchachas
de su entraña rosada y se esparcían
por los patios de piedra del colegio,
alta como el otoño caminaba
envuelta por la luz bajo la arcada
y el espacio al ceñirla la vestía
de un piel más dorada y transparente,

tigre color de luz, pardo venado
por los alrededores de la noche,
entrevista muchacha reclinada
en los balcones verdes de la lluvia,
adolescente rostro innumerable,
he olvidado tu nombre, Melusina,
Laura, Isabel, Perséfona, María,
tienes todos los rostros y ninguno,
eres todas las horas y ninguna,
te pareces al árbol y a la nube,
eres todos los pájaros y un astro,
te pareces al filo de la espada
y a la copa de sangre del verdugo,
yedra que avanza, envuelve y desarraiga
al alma y la divide de sí misma,
escritura de fuego sobre el jade,
grieta en la roca, reina de serpientes,
columna de vapor, fuente en la peña,
circo lunar, peñasco de las águilas,
grano de anís, espina diminuta
y mortal que da penas inmortales,
pastora de los valles submarinos
y guardiana del valle de los muertos,
liana que cuelga del cantil del vértigo,
enredadera, planta venenosa,
flor de resurrección, uva de vida,
señora de la flauta y del relámpago,
terraza del jazmín, sal en la herida,
ramo de rosas para el fusilado,
nieve en agosto, luna del patíbulo,
escritura del mar sobre el basalto,
escritura del viento en el desierto,
testamento del sol, granada, espiga,

rostro de llamas, rostro devorado,
adolescente rostro perseguido
años fantasmas, días circulares
que dan al mismo patio, al mismo muro,
arde el instante y son un solo rostro
los sucesivos rostros de la llama,
todos los nombres son un solo nombre
todos los rostros son un solo rostro,
todos los siglos son un solo instante
y por todos los siglos de los siglos
cierra el paso al futuro un par de ojos,

no hay nada frente a mí, sólo un instante
rescatado esta noche, contra un sueño
de ayuntadas imágenes soñado,
duramente esculpido contra el sueño,
arrancado a la nada de esta noche,
a pulso levantado letra a letra,
mientras afuera el tiempo se desboca
y golpea las puertas de mi alma
el mundo con su horario carnicero,

sólo un instante mientras las ciudades,
los nombres, lo sabores, lo vivido,
se desmoronan en mi frente ciega,
mientras la pesadumbre de la noche
mi pensamiento humilla y mi esqueleto,
y mi sangre camina más despacio
y mis dientes se aflojan y mis ojos
se nublan y los días y los años
sus horrores vacíos acumulan,

mientras el tiempo cierra su abanico
y no hay nada detrás de sus imágenes
el instante se abisma y sobrenada
rodeado de muerte, amenazado
por la noche y su lúgubre bostezo,
amenazado por la algarabía
de la muerte vivaz y enmascarada
el instante se abisma y se penetra,
como un puño se cierra, como un fruto
que madura hacia dentro de sí mismo
y a sí mismo se bebe y se derrama
el instante translúcido se cierra
y madura hacia dentro, echa raíces,
crece dentro de mí, me ocupa todo,
me expulsa su follaje delirante,
mis pensamientos sólo son su pájaros,
su mercurio circula por mis venas,
árbol mental, frutos sabor de tiempo,

oh vida por vivir y ya vivida,
tiempo que vuelve en una marejada
y se retira sin volver el rostro,
lo que pasó no fue pero está siendo
y silenciosamente desemboca
en otro instante que se desvanece:

frente a la tarde de salitre y piedra
armada de navajas invisibles
una roja escritura indescifrable
escribes en mi piel y esas heridas
como un traje de llamas me recubren,
ardo sin consumirme, busco el agua
y en tus ojos no hay agua, son de piedra,
y tus pechos, tu vientre, tus caderas
son de piedra, tu boca sabe a polvo,
tu boca sabe a tiempo emponzoñado,
tu cuerpo sabe a pozo sin salida,
pasadizo de espejos que repiten
los ojos del sediento, pasadizo
que vuelve siempre al punto de partida,
y tú me llevas ciego de la mano
por esas galerías obstinadas
hacia el centro del círculo y te yergues
como un fulgor que se congela en hacha,
como luz que desuella, fascinante
como el cadalso para el condenado,
flexible como el látigo y esbelta
como un arma gemela de la luna,
y tus palabras afiladas cavan
mi pecho y me despueblan y vacían,
uno a uno me arrancas los recuerdos,
he olvidado mi nombre, mis amigos
gruñen entre los cerdos o se pudren
comidos por el sol en un barranco,

no hay nada en mí sino una larga herida,
una oquedad que ya nadie recorre,
presente sin ventanas, pensamiento
que vuelve, se repite, se refleja
y se pierde en su misma transparencia,
conciencia traspasada por un ojo
que se mira mirarse hasta anegarse
de claridad:
yo vi tu atroz escama,
Melusina, brillar verdosa al alba,
dormías enroscada entre las sábanas
y al despertar gritaste como un pájaro
y caíste sin fin, quebrada y blanca,
nada quedó de ti sino tu grito,
y al cabo de los siglos me descubro
con tos y mala vista, barajando
viejas fotos:
no hay nadie, no eres nadie,
un montón de ceniza y una escoba,
un cuchillo mellado y un plumero,
un pellejo colgado de unos huesos,
un racimo ya seco, un hoyo negro
y en el fondo del hoyo los dos ojos
de una niña ahogada hace mil años,

miradas enterradas en un pozo,
miradas que nos ven desde el principio,
mirada niña de la madre vieja
que ve en el hijo grande un padre joven,
mirada madre de la niña sola
que ve en el padre grande un hijo niño,
miradas que nos miran desde el fondo
de la vida y son trampas de la muerte
—¿o es al revés: caer en esos ojos
es volver a la vida verdadera?,

¡caer, volver, soñarme y que me sueñen
otros ojos futuros, otra vida,
otras nubes, morirme de otra muerte!
—esta noche me basta, y este instante
que no acaba de abrirse y revelarme
dónde estuve, quién fui, cómo te llamas,
cómo me llamo yo:
¿hacía planes
para el verano —y todos los veranos—
en Christopher Street, hace diez años,
con Filis que tenía dos hoyuelos
donde bebían luz los gorriones?,
¿por la Reforma Carmen me decía
“no pesa el aire, aquí siempre es octubre”,
o se lo dijo a otro que he perdido
o yo lo invento y nadie me lo ha dicho?,
¿caminé por la noche de Oaxaca,
inmensa y verdinegra como un árbol,
hablando solo como el viento loco
y al llegar a mi cuarto —siempre un cuarto—

no me reconocieron los espejos?,
¿desde el hotel Vernet vimos al alba
bailar con los castaños — “ya es muy tarde”
decías al peinarte y yo veía
manchas en la pared, sin decir nada?,
¿subimos juntos a la torre, vimos
caer la tarde desde el arrecife?
¿comimos uvas en Bidart?, ¿compramos
gardenias en Perote?,
nombres, sitios,
calles y calles, rostros, plazas, calles,
estaciones, un parque, cuartos solos,
manchas en la pared, alguien se peina,
alguien canta a mi lado, alguien se viste,
cuartos, lugares, calles, nombres, cuartos,

Madrid, 1937,
en la Plaza del Ángel las mujeres
cosían y cantaban con sus hijos,
después sonó la alarma y hubo gritos,
casas arrodilladas en el polvo,
torres hendidas, frentes esculpidas
y el huracán de los motores, fijo:
los dos se desnudaron y se amaron
por defender nuestra porción eterna,
nuestra ración de tiempo y paraíso,
tocar nuestra raíz y recobrarnos,
recobrar nuestra herencia arrebatada
por ladrones de vida hace mil siglos,
los dos se desnudaron y besaron
porque las desnudeces enlazadas
saltan el tiempo y son invulnerables,
nada las toca, vuelven al principio,

no hay tú ni yo, mañana, ayer ni nombres,
verdad de dos en sólo un cuerpo y alma,
oh ser total…
cuartos a la deriva
entre ciudades que se van a pique,
cuartos y calles, nombres como heridas,
el cuarto con ventanas a otros cuartos
con el mismo papel descolorido
donde un hombre en camisa lee el periódico
o plancha una mujer; el cuarto claro
que visitan las ramas de un durazno;
el otro cuarto: afuera siempre llueve
y hay un patio y tres niños oxidados;
cuartos que son navíos que se mecen
en un golfo de luz; o submarinos:
el silencio se esparce en olas verdes,
todo lo que tocamos fosforece;
mausoleos de lujo, ya roídos
los retratos, raídos los tapetes;
trampas, celdas, cavernas encantadas,
pajareras y cuartos numerados,
todos se transfiguran, todos vuelan,
cada moldura es nube, cada puerta
da al mar, al campo, al aire, cada mesa
es un festín; cerrados como conchas
el tiempo inútilmente los asedia,
no hay tiempo ya, ni muro: ¡espacio, espacio,
abre la mano, coge esta riqueza,
corta los frutos, come de la vida,
tiéndete al pie del árbol, bebe el agua!,

todo se transfigura y es sagrado,
es el centro del mundo cada cuarto,
es la primera noche, el primer día,
el mundo nace cuando dos se besan,
gota de luz de entrañas transparentes
el cuarto como un fruto se entreabre
o estalla como un astro taciturno
y las leyes comidas de ratones,
las rejas de los bancos y las cárceles,
las rejas de papel, las alambradas,
los timbres y las púas y los pinchos,
el sermón monocorde de las armas,
el escorpión meloso y con bonete,
el tigre con chistera, presidente
del Club Vegetariano y la Cruz Roja,
el burro pedagogo, el cocodrilo
metido a redentor, padre de pueblos,
el Jefe, el tiburón, el arquitecto
del porvenir, el cerdo uniformado,
el hijo pedilecto de la Iglesia
que se lava la negra dentadura
con el agua bendita y toma clases
de inglés y democracia, las paredes
invisibles, las máscaras podridas
que dividen al hombe de los hombres,
al hombre de sí mismo,
se derrumban
por un instante inmenso y vislumbramos
nuestra unidad perdida, el desamparo
que es ser hombres, la gloria que es ser hombres
y compartir el pan, el sol, la muerte,
el olvidado asombro de estar vivos;

amar es combatir, si dos se besan
el mundo cambia, encarnan los deseos,
el pensamiento encarna, brotan las alas
en las espaldas del esclavo, el mundo
es real y tangible, el vino es vino,
el pan vuelve a saber, el agua es agua,
amar es combatir, es abrir puertas,
dejar de ser fantasma con un número
a perpetua cadena condenado
por un amo sin rostro;
el mundo cambia
si dos se miran y se reconocen,
amar es desnudarse de los nombres:
“déjame ser tu puta”, son palabras
de Eloísa, mas él cedió a las leyes,
la tomó por esposa y como premio
lo castraron después;
mejor el crimen,
los amantes suicidas, el incesto
de los hermanos como dos espejos
enamorados de su semejanza,
mejor comer el pan envenenado,
el adulterio en lechos de ceniza,
los amores feroces, el delirio,
su yedra ponzoñosa, el sodomita
que lleva por clavel en la solapa
un gargajo, mejor ser lapidado
en las plazas que dar vuelta a la noria
que exprime la substancia de la vida,
cambia la eternidad en horas huecas,
los minutos en cárceles, el tiempo
en monedas de cobre y mierda abstracta;

mejor la castidad, flor invisible
que se mece en los tallos del silencio,
el difícil diamante de los santos
que filtra los deseos, sacia al tiempo,
nupcias de la quietud y el movimiento,
canta la soledad en su corola,
pétalo de cristal en cada hora,
el mundo se despoja de sus máscaras
y en su centro, vibrante transparencia,
lo que llamamos Dios, el ser sin nombre,
se contempla en la nada, el ser sin rostro
emerge de sí mismo, sol de soles,
plenitud de presencias y de nombres;

sigo mi desvarío, cuartos, calles,
camino a tientas por los corredores
del tiempo y subo y bajo sus peldaños
y sus paredes palpo y no me muevo,
vuelvo donde empecé, busco tu rostro,
camino por las calles de mí mismo
bajo un sol sin edad, y tú a mi lado
caminas como un árbol, como un río
caminas y me hablas como un río,
creces como una espiga entre mis manos,
lates como una ardilla entre mis manos,
vuelas como mil pájaros, tu risa
me ha cubierto de espumas, tu cabeza
es un astro pequeño entre mis manos,
el mundo reverdece si sonríes
comiendo una naranja,
el mundo cambia
si dos, vertiginosos y enlazados,
caen sobre las yerba: el cielo baja,
los árboles ascienden, el espacio
sólo es luz y silencio, sólo espacio
abierto para el águila del ojo,
pasa la blanca tribu de las nubes,
rompe amarras el cuerpo, zarpa el alma,
perdemos nuestros nombres y flotamos
a la deriva entre el azul y el verde,
tiempo total donde no pasa nada
sino su propio transcurrir dichoso,

no pasa nada, callas, parpadeas
(silencio: cruzó un ángel este instante
grande como la vida de cien soles),
¿no pasa nada, sólo un parpadeo?
—y el festín, el destierro, el primer crimen,
la quijada del asno, el ruido opaco
y la mirada incrédula del muerto
al caer en el llano ceniciento,
Agamenón y su mugido inmenso
y el repetido grito de Casandra
más fuerte que los gritos de las olas,
Sócrates en cadenas “(el sol nace,
morir es despertar: “Critón, un gallo
a Esculapio, ya sano de la vida”),
el chacal que diserta entre las ruinas
de Nínive, la sombra que vio Bruto
antes de la batalla, Moctezuma
en el lecho de espinas de su insomnio,
el viaje en la carretera hacia la muerte
—el viaje interminable mas contado
por Robespierre minuto tras minuto,
la mandíbula rota entre las manos—,
Churruca en su barrica como un trono
escarlata, los pasos ya contados
de Lincoln al salir hacia el teatro,
el estertor de Trotsky y sus quejidos
de jabalí, Madero y su mirada
que nadie contestó: ¿por qué me matan?,
los carajos, los ayes, los silencios
del criminal, el santo, el pobre diablo,
cementerio de frases y de anécdotas
que los perros retóricos escarban,
el delirio, el relincho, el ruido obscuro
que hacemos al morir y ese jadeo
que la vida que nace y el sonido
de huesos machacadosen la riña
y la boca de espuma del profeta
y su grito y el grito del verdugo
y el grito de la víctima…
son llamas
los ojos y son llamas lo que miran,
llama la oreja y el sonido llama,
brasa los labios y tizón la lengua,
el tacto y lo que toca, el pensamiento
y lo pensado, llama el que lo piensa,
todo se quema, el universo es llama,
arde la misma nada que no es nada
sino un pensar en llamas, al fin humo:
no hay verdugo ni víctima…
¿y el grito
en la tarde del viernes?, y el silencio
que se cubre de signos, el silencio
que dice sin decir, ¿no dice nada?,
¿no son nada los gritos de los hombres?,
¿no pasa nada cuando pasa el tiempo?

—no pasa nada, sólo un parpadeo
del sol, un movimiento apenas, nada,
no hay redención, no vuelve atrás el tiempo,
los muerto están fijos en su muerte
y no pueden morirse de otra muerte,
intocables, clavados en su gesto,
desde su soledad, desde su muerte
sin remedio nos miran sin mirarnos,
su muerte ya es la estatua de su vida,
un siempre estar ya nada para siempre,
cada minuto es nada para siempre,
un rey fantasma rige sus latidos
y tu gesto final, tu dura máscara
labra sobre tu rostro cambiante:
el monumento somos de una vida
ajena y no vivida, apenas nuestra,

—¿la vida, cuándo fue de veras nuestra?,
¿cuándo somos de veras lo que somos?,
bien mirado no somos, nunca somos
a solas sino vértigo y vacío,
muecas en el espejo, horror y vómito,
nunca la vida es nuestra, es de los otros,
la vida no es de nadie, todos somos
la vida —pan de sol para los otros,
los otros todos que nosotros somos—,
soy otro cuando soy, los actos míos
son más míos si son también de todos,
para que pueda ser he de ser otro,
salir de mí, buscarme entre los otros,
los otros que no son si yo no existo,
los otros que me dan plena existencia,
no soy, no hay yo, siempre somos nosotros,
la vida es otra, siempre allá, más lejos,
fuera de ti, de mí, siempre horizonte,
vida que nos desvive y enajena,
que nos inventa un rostro y lo desgasta,
hambre de ser, oh muerte, pan de todos,

Eloísa, Perséfona, María,
muestra tu rostro al fin para que vea
mi cara verdadera, la del otro,
mi cara de nosotros siempre todos,
cara de árbol y de panadero,
de chófer y de nube y de marino,
cara de sol y arroyo y Pedro y Pablo,
cara de solitario colectivo,
despiértame, ya nazco:
vida y muerte
pactan en ti, señora de la noche,
torre de claridad, reina del alba,
virgen lunar, madre del agua madre,
cuerpo del mundo, casa de la muerte,
caigo sin fin desde mi nacimiento,
caigo en mí mismo sin tocar mi fondo,
recógeme en tus ojos, junta el polvo
disperso y reconcilia mis cenizas,
ata mis huesos divididos, sopla
sobre mi ser, entiérrame en tu tierra,
tu silencio dé paz al pensamiento
contra sí mismo airado;
abre la mano,
señora de semillas que son días,
el día es inmortal, asciende, crece,
acaba de nacer y nunca acaba,
cada día es nacer, un nacimiento
es cada amanecer y yo amanezco,
amanecemos todos, amanece
el sol cara de sol, Juan amanece
con su cara de Juan cara de todos,

puerta del ser, despiértame, amanece,
déjame ver el rostro de este día,
déjame ver el rostro de esta noche,
todo se comunica y transfigura,
arco de sangre, puente de latidos,
llévame al otro lado de esta noche,
adonde yo soy tú somos nosotros,
al reino de pronombres enlazados,

puerta del ser: abre tu ser, despierta,
aprende a ser también, labra tu cara,
trabaja tus facciones, ten un rostro
para mirar mi rostro y que te mire,
para mirar la vida hasta la muerte,
rostro de mar, de pan, de roca y fuente,
manantial que disuelve nuestros rostros
en el rostro sin nombre, el ser sin rostro,
indecible presencia de presencias…

quiero seguir, ir más allá, y no puedo:
se despeñó el instante en otro y otro,
dormí sueños de piedra que no sueña
y al cabo de los años como piedras
oí cantar mi sangre encarcelada,
con un rumor de luz el mar cantaba,
una a una cedían las murallas,
todas las puertas se desmoronaban
y el sol entraba a saco por mi frente,
despegaba mis párpados cerrados,
desprendía mi ser de su envoltura,
me arrancaba de mí, me separaba
de mi bruto dormir siglos de piedra
y su magia de espejos revivía
un sauce de cristal, un chopo de agua,
un alto surtidor que el viento arquea,
un árbol bien plantado mas danzante,
un caminar de río que se curva,
avanza, retrocede, da un rodeo
y llega siempre.


México, 1957